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Cade il Governo Prodi...
25 gennaio 2008
  Politica italiana
   
AGONIA E FINE DI UN GOVERNO CHE POTEVA FARE MOLTO

Mastella e FisichellaC'è chi ha contato puntigliosamente i giorni ancora prima che cadesse: 618. Queste sono le albe del governo Prodi che, dalle 20.45 del 24 gennaio 2008, e ci si passi un poco questa enfasi..., non è più tale. Cade l'esperimento dell'Unione, finisce un periodo politico in cui si è tentato il legame tra le forze moderate e centriste di questo Paese e la sinistra dai mille, dai troppi colori. Prodi va fino in fondo, però. Non è un "guerriero" impavido come l'ah pittorescamente (e maldestramente) definito Oliviero Diliberto. Non ha la stoffa del kamikaze il professore di Bologna. E' onesto, politicamente corretto. Si assume le sue responsabilità e chiede al Parlamento di fare altrettanto. Per riprendere da quanto scrivevamo poche ore fa, il teatro ha chiuso, l'ultimo atto della tragedia è andato sul palcoscenico dell'Italia poco laica e tanto clericale, poco progressista e tanto conservatrice.
Il sipario è chiuso e dietro le quinte l'umore non è certo dei migliori. Ha vinto il centro. Ha vinto una certa idea della politica fatta da quei settori sociali, economici e strutturalmente legati a determinati apparati istituzionali che lavorano da sempre per uno mantenimento dello status quo ante a qualsiasi riforma che migliori le condizioni dei lavoratori, dei pensionati e di tutti quelli che sono la parte produttiva dello Stivale e che funzionano, nei calcoli della matematica capitalistica, come un elemento di incentivazione del Prodotto Interno Lordo.
Qualche senatore della sinistra lo ha detto apertamente: la responsabilità della crisi e della caduta del secondo governo Prodi non è esclusivamente di Mastella, Fisichella e Dini. E' anche di un irrigidimento dei rapporti nella coalizione di centrosinistra, causato dalle prese di posizione di Veltroni che lancia il suo partito alla riscossa solitaria e che invita Berlusconi a singolar tenzone elettorale.
Il logoramento della coesione politica dell'Unione è un crescendo lento in mezzo alle diatribe sulla legge elettorale, alle verifiche di governo, ai diktat liberisti di Dini e dei suoi micro-Liberaldemocratici, alle schermaglie tra Di Pietro e Mastella e, per finire, alla questione campana sia dei rifiuti che della famiglia di Ceppaloni più famosa nel mondo (o forse solo in Italia).
Mancano cinque voti al governo per raggiungere quel quorum di 161 che gli sarebbe stato necessario per sopravvivere al Senato. Sopravvivere, non vivere. E vivere qui significava poter contare su una maggioranza decente, non su un filo di lana permanente, su una situazione da cardiopalma infartuante all'ultimo secondo. Cinque voti che sono presto contati: due sono dell'Udeur, due del partito di Dini (tre posizioni diverse su tre senatori... quando si dice la coerenza...) e Fisichella che, dopo una tempesta del dubbio molto poco mazziniana (visto che il professore ex aennino è un monarchico convinto), decide per la negazione della fiducia all'esecutivo. Non basta neanche il soccorso bianco del senatore Cusumano dell'Udeur che, al termine del suo intervento in cui dichiara il dissenso dal suo gruppo e il rinnovo della fiducia al professore, prende sputi, volgarissimi insulti e spintoni dai senatori della destra e dal suo ormai ex capogruppo Barbato. Cusumano si sente male e la seduta viene sospesa per cinque minuti. Poi si riprende e si ricomincia a contare, a contare dal sì di Cusumano.
Ma, ripete qualcuno, i numeri contano poco davanti ad una situazione politica ormai scheletrica, priva di qualunque sostegno muscolare, in totale assenza di tonicità politica e di reattività. Non è del tutto vera questa affermazione, ma non è neanche del tutto erronea. In un anno e mezzo di lavoro, il governo di Romano Prodi ha deluso tutti molto e accontentato tutti poco. Ha ritirato le truppe dall'Iraq, ha combattuto con tenacia l'evasione e l'elusione fiscale, ha fatto la giusta scelta dell'indulto e ha provato a migliorare anche la condizione economica delle famiglie più disagiate con politiche di incentivazione dell'edilizia popolare. E qui si fermano i dati positivi e iniziano le valli di lacune a cui non si è riusciti a mettere mano: non è stata ascoltata la voce dei vicentini sulla base americana "Ederle 2" che è in progetto di costruzione all'aeroporto Dal Molin; non ha operato una discontinuità nel campo dell'intervento economico e ha rimandato sine die il problema della redistribuzione di quel "risarcimento sociale" che abbiamo richiesto come gesto di onesta volontà politica verso chi da sempre ha pagato le politiche di saccheggio del povero potere di acquisto dei lavoratori e delle fasce di popolazione che fa una indescrivibile fatica a sbarcare il lunario; ha messo uno stop, tutto ispirato dalle "sante" parole di Joseph Ratzinger e del cardinale Ruini, al riconoscimento delle coppie di fatto e ha smentito il programma di legislatura dell'Unione laddove si faceva un chiaro riferimento ad un ampliamento dei diritti in merito e si affermava il carattere laico delle istituzioni della Repubblica; ha prestato troppo l'orecchio ai sussurri di Confidustria e, parimenti, ha finito col perseguire politiche di affrancamento dalle imposte per i padroni e di riconferma delle lacrime e sangue per gli operai, i disoccupati, i precari. A proposito di queste categorie del nuovo mondo del lavoro e del non-lavoro, non ha mosso un dito per porgere attenzione al dramma della precarietà: le soluzioni della "flessibilità sostenibile" vanno bene per i liberal del Partito democratico, per i teo-dem delle Acli come Luigi Bobba e la celeberrima icona delle sante nuove crociate, la senatrice Binetti.
Il senatore BarbatoE poi, come se non bastasse, ha scelto di affrontare con la fermezza degli sceriffi americani i problemi della sicurezza, piegandosi alla repressione sia sulle piazze infiammate dal tifo calcistico tutto dedito alla violenza, sia nei campi rom, individuati come l'elemento da sacrificare sull'altare della vendetta sociale per calmare la furia popolare e far tornare chiare e lucide le pupille iniettate di sangue del forcaiolismo dilagante, del pressapochismo dei giudizi e dei pregiudizi, dell'ammorbante lezzo della paura del diverso da noi, dell'intruso e del ladro di lavoro, di terra, di libertà.
In queste scene della tragedia italiana, va detto che una parte da protagonista l'ha fatta proprio il Partito democratico di cui Prodi è presidente. Il sindaco di Roma, che del PD è segretario, ha dettato la linea al governo: fermezza, pugno duro contro i clandestini, contro i rom assassini e contro i violenti. Il "modello Cofferati", per molte settimane, ha fatto scuola all'esecutivo e ha suggerito a Giuliano Amato la linea della fermezza. A farne la spesa sono stati, come sempre del resto, i troppi poveri cristi che tiravano a campare in condizioni di miseria umana e morale che faceva ingiallire di vergogna la nostra Carta Costituzionale e metteva nel ridicolo le parole di buon senso che si sprecavano in tv, sui giornali e alle radio per dire che la volontà di azione consisteva tutta nel garantire l'ordine pubblico. Nel pubblico interesse dunque. Così si è trascurato di definire quale fosse la base sociale complessiva che doveva godere dei diritti costituzionali. Ci si è limitati ad una generica interpretazione: prima gli italiani e poi, semmai, tutti gli altri. Così il governo ha accontentato persino le destre, ma ha perso la stima politica di una larga fetta della sua coalizione.
Sul lavoro e sulle pensioni, la vicenda del protocollo del welfare è nota: per evitare lo scatto dello scalone Maroni, ancora una volta le sinistre hanno accettato un compromesso, ma lo hanno fatto decidendo - almeno per quanto riguarda Rifondazione Comunista - di mettere una volta per tutte la parola fine al reinvio di una stagione riformatrice. La verifica che si doveva svolgere in questo gennaio era finalizzata per l'appunto all'apertura di un tavolo di rinegoziazione del programma: capire, insomma, fino a dove il governo voleva e poteva spingersi nel gestire una annata di compensazione dei sacrifici popolari con una serie di impegni concreti per risollevare il peso dei bisogni delle più povere famiglie italiane.
La crisi di governo sembra arrivata puntuale per scongiurare un pericolo economico per imprenditori e faccendieri, per ricchi e straricchi. E sembra arrivata in orario anche per evitare un confronto tra Partito democratico e sinistre sui temi dello stato sociale e, perchè no, anche su quelli inerenti la legge elettorale. Un argomento ameno per molti, perchè fatto di tecnicismi inappettibili per chi non sia laureato in scienze politiche o per chi non sia uno strenue e passionevole militante di partito. Ma resta un tema non trascurabile, dal quale possono essere decise le sorti del Paese nei prossimi anni. E ora il sipario, invece, si è chiuso, il teatro è vuoto e l'orchestra ha smesso di suonare. Mastella ha appena finito di recitare una poesia di Neruda. Strappa forse qualche lacrima, ma poi viene al sodo e rimette sul piatto le motivazioni del suo "niet" alla fiducia: la vicenda della moglie in primis, ma anche un periodo di delusioni politiche, di rintuzzamenti continui con i colleghi ministri. E' un addio che trascina con sè anche gli indecisi e che fa crollare il palco della tragedia che si consuma in poche giornate, che vola veloce come un lampo, che scombina i piani dei partiti, che fa trasecolare molti, che impensierisce altrettanti e che fa gioire solo i fascisti che girano per Roma sulle automobili con le bandiere nere. I più sobri li ha radunati Alleanza nazionale: stanno in piazza a mangiare mortadella e a brindare con champagne e qualche birra. De gustibus... Insomma, siamo alla fine e il tempo è scaduto.
La bacchetta del direttore è nelle mani del presidente Napolitano che, sentite le forze politiche, i presidenti delle Camere e gli ex presidenti della Repubblica, dovrà decidere il da farsi: reincaro a Prodi? Incarico ad altro esponente del centrosinistra? A Marini... dice qualche voce dai Tg di mezza sera... Oppure la scelta di un tecnico: c'è chi azzarda il nome del governatore della Banca d'Italia Draghi. Lascerebbe quel posto per guidare un esecutivo tecnico di traghettamento alle elezioni? Oppure uno della risma socio-politico-economica di Draghi avrebbe le carte per riunire attorno a sè una maggioranza capace di governare per altri tre anni? Berlusconi e Veltroni starebbero a guardare? L'ultima scelta che il presidente della Repubblica può fare sono le elezioni anticipate. Ce la auguriamo per due motivi: il primo è la risoluzione di una crisi alla radice; il secondo è la possibilità di scavalcare il referendum sulla legge elettorale e dare vita ad un dispositivo di elezione delle Camere che non dia la maggioranza assoluta dei seggi alla lista che prende più voti. Il maggioritario del Mattarelum, in confronto, era un sistema democraticissimo.
La caduta di Prodi determina nuovi scenari anche a sinistra: che farà la "Cosa rossa"? Il mediocre collante politico riuscirà a tenere insieme i pezzi di un progetto in cui credono fermamente solo i compagni di Sinistra democratica (e la parte di Rifondazione Comunista che fa capo a Bertinotti, Gianni e Vendola?). Ma ora anche le luci del teatro sono spente. La prossima apertura è rimandata a data da destinarsi. E non si sa neppure quale spettacolo sarà messo in scena.


MARCO SFERINI, 25 gennaio 2008

 Articolo tratto da : www.lanternerosse.it
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